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La sindrome di Wendy

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La sindrome di Wendy è meglio nota come “sindrome della crocerossina” che, sintetizzata, consiste nell’aiutare gli altri senza sosta. Scopriamo nei dettagli di cosa si tratta.

Che cos’è la sindrome di Wendy

Tutti noi conosciamo Wendy, la protagonista femminile dell’intramontabile fiaba di Peter Pan. Ed è proprio a questo personaggio che fa riferimento la patologia che stiamo per approfondire. Chi ha letto il libro o ha visto il classico Disney avrà notato il forte senso di responsabilità della bambina nei confronti dei fratellini, dei bimbi sperduti e dello stesso Peter Pan.

Un tale comportamento ai più potrà sembrare del tutto normale, eppure se estremizzato conduce verso quella che è stata definita, appunto, “sindrome di Wendy”. Più precisamente, di cosa si tratta? Il leitmotiv di chi è affetto da questa sindrome potrebbe essere: ti aiuto e sono sempre a tua disposizione. Questi soggetti sono convinti che il benessere e la felicità dell’altro dipenda solo e unicamente da loro. Sono sempre estremamente gentili, col proprio partner, con familiari o amici. Inoltre, chi ne soffre tende a credere che per meritare affetto e amore sia necessario donare in maniera incondizionata.

L’idea di perdere una persona cara non è tollerata, il sol pensiero di una possibile rottura provoca nei soggetti affetti dalla patologia sensi di colpa e rimuginazione.

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Ultimo aggiornamento il 13 Novembre 2019 22:15

Quali conseguenze comporta la sindrome di Wendy 

Le conseguenze possono essere svariate e cambiano a seconda della persona. Di solito, i sensi di colpa hanno la meglio su qualsiasi ragionamento razionale e sono il motore della patologia. Non mancano poi momenti di profonda tristezza, rabbia, angoscia e senso di vuoto. Spesso chi vive questa condizione nega a se stesso i propri malesseri.

Prendiamo a esempio un rapporto di coppia, una situazione tipica, nella quale uno dei partner può cadere vittima della sindrome. In tal caso, va preso in considerazione anche lo stato d’animo di chi riceve troppe attenzioni. Iniziamo da quest’ultimi.

L’essere costantemente presenti può indurre la persona amata a sentirsi oppressa, privata, appunto, dei suoi spazi e di autonomia personale. Una dimensione malsana per la coppia che a lungo a andare comporta un’inevitabile rottura. Dal versante opposto, invece, non è raro vedere donne crocerossine, ma anche uomini, invaghirsi di partner definiti “Peter Pan”, soggetti che trascorrono la loro vita all’insegna della spensieratezza, scappando da qualsiasi tipo di responsabilità.

Un’attitudine tipica di molti adolescenti che purtroppo persiste in persone che hanno superato abbondantemente i quarant’anni d’eta. Questi trovano nella “Wendy” di turno un appoggio sicuro, qualcuno capace di risolvere al loro posto le incombenze della vita. I Peter Pan temono le relazioni stabili e, quindi, per istinto tendono a scappare. Il rischio per “Wendy” è di fare i conti con lo stesso copione: la fine della relazione.

Come guarire dalla sindrome di Wendy   

Chi soffre della sindrome di Wendy, soprattutto all’inizio, non si rende conto dell’effetto boomerang che questa può innescare. Relazioni fallite, perenne senso di vuoto, rabbia e, purtroppo, l’indebolimento della propria autostima. Un tale quadro dovrebbe spingere a chiedere aiuto a uno psicologo; credere di potercela fare da soli non è saggio, ma decisamente immaturo. Vivere in questo stato senza prendere provvedimenti porta alla solitudine e di conseguenza l’ombra della depressione è dietro l’angolo. Detto ciò, cerchiamo di segnare alcuni punti fondamentali per evitare di cadere nella sindrome di Wendy, consapevoli che l’origine di tale patologia vada cercata altrove, affiancati da un professionista.

  • La difficoltà che caratterizza Wendy è non saper dire no. La paura di ferire chi ha di fronte è troppa per lei, ma è proprio da qui che bisogna partire. Perché non provare a sostituire il categorico no, con un “mi dispiace, ma non posso”?
  • Cominciare a riflettere sul fatto che non bisogna dare incondizionatamente per essere amati. Sono proprio questi eccessi che, nel corso del tempo, comportano la rottura di una relazione.
  • Saper riconoscere la propria rabbia è un aspetto fondamentale. Essa in molti casi viene etichettata come qualcosa di mostruoso. Ciò è vero se sfocia in atti violenti, ma reprimerla non è proprio la scelta migliore. Bisogna imparare a dar voce anche alle emozioni negative; sono del tutto naturali, allontanarle e tentare di soffocarle non farà altro che peggiorare le cose. Un modo semplice per fare amicizia con la rabbia è scrivere, lasciarsi andare senza censura fino a svuotarsi. La scrittura aiuta a non trasformare la rabbia in ira, allontana quelle fastidiose emozioni negative e ci rende lucidi.
  • Ritagliarsi piccoli spazi per se stessi e imparare a fare qualcosa che fa piacere a se stessi, non soltanto a chi ci circonda.

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