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Cosa sono gli esport

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Il mondo dei videogame ha subito negli ultimi anni una vera e propria rivoluzione. Questo cambiamento epocale in termini ludici ed economici è stato determinato dall’avvento di connessioni internet sempre più veloci che permettono a migliaia di giocatori da ogni parte del mondo di connettersi da remoto e sfidarsi in battaglie epiche; sfide che coinvolgono milioni di spettatori.

Un simile successo fino a pochi anni fa era del tutto impensabile, per non parlare dell’immagine stessa del videogiocatore. Il nerd chiuso nella sua stanza e separato dal mondo è un cliché superato. Gli attuali campioni di esport sono vere e proprie star che guadagno cifre a sei zeri nelle competizioni più prestigiose grazie ai premi messi in palio. Ci sono poi le sponsorizzazioni importanti con marchi come Coca Cola e Samsung entrati nell’arena digitale degli esport.

Ma allora cosa sono gli sport elettronici e perché stanno avendo tanto successo?

I 10mila partecipanti dell’Atari National Space Invaders Championship dettero inizio nel 1980 al fenomeno degli esport. Seduti di fronte alle loro postazioni i videogiocatori si sfidarono a Space Invader, che sarebbe diventato negli anni successivi uno dei giochi più redditizi della storia dei videogame. L’obiettivo era tanto semplice quanto lo schema di gioco: raggiungere il punteggio più alto. Qualche anno dopo fece la sua comparsa quello che sarebbe diventato uno dei pionieri dell’attuale fenomeno degli esport, ovvero Walter Day.

Questo simpatico signore di Oakland (California) dette una spinta fondamentale per trasformare i videogame in giochi competitivi fondando la Twin Galaxy, società incaricata di approvare (attraverso le foto scattate dai giocatori) i record stabiliti in giro per il mondo che poi venivano pubblicati sull’omonima rivista. I punteggi più alti ottenuti sarebbero poi entrati nel celebre Guinness World Records. È l’epoca d’oro dei videogame, quando internet non esisteva e le console erano ancora al di là dall’avere la diffusione capillare che hanno oggi. Simboli di quest’epoca furono David Mithcell, campione, non senza polemiche, di Donkey Kong, Tom Asaki, uno dei migliori giocatori di Pac-Man allora in circolazione e Tim McVey che infranse il record di Nibbler.

Da qui in poi ha giocato un ruolo determinante per il successo degli esport come attività competitiva capace di coinvolgere milioni di giocatori l’innovazione tecnologica. Connessioni a banda larga stabili e con poca latenza, la diffusione di console e desktop a prezzi contenuti oltre all’entrata in scena di organizzazioni capaci di mettere in campo eventi grandiosi come quello tenutosi  lo sorso anno a Katowice in Polonia. Nel 2017 infatti l’Intel Extreme Masters Katowice è riuscito ad attirare qualcosa come 46 milioni di spettatori con una presenza all’interno dell’arena dove si svolgevano le competizioni di oltre 173mila persona nella tre giorni di gare.

Questi numeri dimostrano oggi la popolarità a livello globale degli esport, che rispetto ai tradizionali sparatutto come Quake hanno subito un’ulteriore evoluzione. Le mode infatti sono cambiate e rispetto ai giochi single player dell’epoca d’oro dei videogame si è passati a quelli multiplayer in cui squadre di giocatori si sfidano a titoli come Hearthstone: Heroes of Warcraft, League of Legends o Overwatch.

La logica che sta dietro questa scelta è determinata non solo dalle case di produzione di videogame che spingono in questa direzione, ma anche dagli stessi gamer che prediligono giocare all’interno di un team dove la componente relazionale è sempre più rilevante. Si scelgono strategie, si studiano gli avversari via Twitch (piattaforma di livestreaming di proprietà di Amazon), ci si confronta con i propri compagni di squadra per battere gli avversari. Niente di più lontano dalla figura occhialuta e un po’ sfigata del nerd.

Il successo degli esport è anche questo. Videogiocatori che con i colori del loro team scendono in campo come nuovi simboli dello sport. E poco importa se di sport elettronici stiamo parlando.

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